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Umberto Pelizzari: il silenzio dell'apneista

L’uomo è predatore. Che cacci o peschi, è la preda il fine ultimo della sua azione. Eppure c’è molto di più. Il cerimoniale della condivisione del bottino è tanto affascinante quanto il fine ultimo. Qualche giorno fa pescavo alla traina con un mio amico: ciò che ci interessava era procacciarci la preda, ma ci entusiasmava ancora di più il pensiero di ritrovarci la sera con gli amici intorno a un tavolo. A me però, mancava qualcosa. Anche se con la canna abbiamo preso più di quanto avrei catturato andando a pescare in apnea, io sono rimasto “senza un pezzo”.
Sono stato un giorno intero senza mettere la testa sott’acqua, senza vivere il mio mondo, quello che si nasconde, anzi si spalanca, sotto la superficie. Quando peschi con la canna, torni a terra quasi sempre con una preda, ma non violi mai i segreti del Grande Blu. Quando scendi in apnea, torni spesso a mani vuote, ma sempre felice. Quando rientro a terra dopo una giornata così ho un compagno fedele con me: il sorriso, per il semplice fatto di essere sceso nel Grande Blu. Di aver provato forti sensazioni di equilibrio, di aver sentito una forza gravitazionale diversa da quella che insiste sul nostro corpo quando camminiamo. Ma sono felice soprattutto per aver assaporato il silenzio. Solo lì si può apprezzare l’abbattimento dei fiumi di schiavitù che tutti noi ci siamo procacciati: cellulari, computer, automobili, moto, aerei. E tutto questo accade insieme, in un circo ipercinetico avvolto dal rumore. Lì sotto, nel blu, non è così. In apnea, poi, ancora meglio: è trattenendo il fiato che le sensazioni che provo diventano ancora più intime. Non si scende in apnea per scattare delle foto da mostrare agli amici: si scende per guardarsi dentro. E poi tornare alla luce del sole. Quando sei in apnea, vedi i raggi del sole che si muovono e ti indicano la direzione. Segui la via e ti dirigi verso il fondo, che assume un colore sempre più scuro fino a diventare nero. È l’ignoto, quel “qualcosa” che non puoi catturare con gli occhi, ma soltanto sentire con l’anima. Puoi solo viverlo l’ignoto ed è quello che io sento quando vado là sotto. Gli altri possono solo immaginare. Perché, pur volendo, non potrei portarlo con me in superficie come fosse un oggetto, oppure fissarlo in un’immagine come se avesse una materia. Le sensazioni che provo in apnea sono così: eteree, e soltanto la voce del mare, la risacca, può interromperle quando riemergo. Quando pesco mi guardo intorno come se per me fosse sempre la prima volta. Al di là della preda, vedo il blu che mi avvolge, sento una pace e una libertà senza confini. E perché no, penso che dopo qualche ora condividerò un pesce con i miei amici e la mia famiglia. Contento di essere un cacciatore che va a caccia dell’“ignoto”. Oltre che di pesci.